Terzo millennio, i social, e la pretesa di libertà

Terzo millennio, i social, e la pretesa di libertà

Bolzano, 19 apr – Inutile negarlo. Ogni qual volta un profilo, una pagina, un gruppo su un social network viene chiuso per svariati motivi, ci si scatena gridando alla censura e all’impossibilità di quanto garantito (per lo meno in Italia) dalla costituzione italiana: la libertà di pensiero e di espressione.

Un articolo questo, della costituzione italiana, che troppo spesso però vediamo vìolato non solo sui social network in generale ma anche nella vita quotidiana dove avere un pensiero diverso dal “politicamente corretto” porta automaticamente alla gogna o ad essere tacciati per populisti.

Internet e la rete in generale in questi anni ci ha convinto falsamente che poter esprimere sé stessi senza alcun tipo di censura fosse non solo possibile, ma d’obbligo. Salvo poi ripensarci e iniziare a mettere paletti qua e là sulle diverse piattaforme che hanno portato ad una sorta di “pulizia” totale non permettendo agli utenti quella libertà tanto ventilata in tempi discretamente lontani allorquando molti di noi si sono iscritti ai vari social.

Esempio tra i più lampanti è Facebook, la cui spada di Damocle si è abbattuta su centinaia (se non migliaia) di pagine, profili e gruppi che dall’oggi al domani sono stati chiusi perché non rispettavano le norme di comportamento stabilite dal social.

Sebbene in certi casi la chiusura di alcune pagine e profili fosse stata non solo giustificata ma necessaria, in altri ci si è resi conto di quanto stringenti e ingiustificate si siano rivelate queste norme.

Per non parlare poi dell’amara sorpresa quando si scopre il proprio profilo o pagina è stata cancellata: tutti i contenuti (dal primo all’ultimo) persi per sempre senza possibilità di recupero (se non per via legale intraprendendo un’ardua cavalcata verso la contestazione con Facebook).

Ma non è solo il social in mano a Mark Elliot Zuckerberg a creare questo genere di problemi agli utenti. In questi ultimi due anni infatti, anche la piattaforma regina dello slogan “Broadcast Yourself” (trasmetti te stesso – ndr) YouTube ha intrapreso una lenta ma progressiva azione di cancellazione di contenuti ritenuti non consoni (talvolta eliminazione più che giustificata) e chiusura di canali che anche in questo caso avrebbero vìolato le norme della community di Youtube. Uno dei casi a noi più vicino è la cancellazione del canale legato al quotidiano “Il Primato Nazionale”.

Twitter, da parte sua, ha certo le “maglie” della censura più larghe. Ma anche la piattaforma del “tweet” non si risparmia in profili bloccati o cancellati. Certo è evidente, a livello di fruizione, impossibile da paragonare al principale concorrente Facebook. Uno degli ostacoli  maggiori di Twitter rimane ancora il limite dei caratteri a disposizione.

Maggiore libertà tanti utenti l’hanno trovata invece sulla (giudicata da molti controversa) piattaforma russa VK (VKontakte) nato come social network alternativo e in contrapposizione a Facebook. Effettivamente è bene sottolineare come in questo social l’apparenza sia quella di poter realmente esprimere sé stessi senza la paura di blocchi o censure. Vero è: sono stati tanti i casi di chiusure di profili e pagine ma solo per seri motivi (terrorismo, pedopornografia ecc…). Questa libertà ha portato tanti utenti dei social più comuni (in prima linea Facebook) a migrare verso VK scoprendo “El Dorado”…

Dopo questa analisi è bene sottolineare e non dimenticare che tutte queste piattaforme sebbene professino la libertà individuale degli utenti, con la possibilità di caricare e scrivere contenuti, sono comunque di proprietà di persone o società le quali hanno sempre il controllo ultimo su ciò che è possibile o non possibile fare.

La tanto paventata “libertà” è quindi solo un miraggio. E arrabbiarsi scoprendo il proprio profilo o pagina è stata chiusa… inutile. Il proprietario ha dettato legge e tu, semplice ospite, ti devi adeguare. Un po’ della serie: “se ti va bene così ok, altrimenti quella è la porta”.

Decisamente non in dubbio poi la volontà da parte di questi social network di “educare” gli utenti. Un po’ come a scuola, quando ci insegnavano le varie materie… in questo caso, per non rischiare il “ban” o la chiusura, dobbiamo essere bravi ad imparare cosa scrivere, come scrivere, quali foto posso postare e quali no, quali articoli posso postare e quali no, quali movimenti posso seguire e quali meglio di no, quale gergo posso usare e quale no, quale politica posso seguire e quale meglio di no e via dicendo…

Insomma, per proseguire ad esistere su questi social, gli stessi ti consigliano di adeguarsi al pensiero comune fatto di politically correct. Nel mentre, noi, non smettiamo di foraggiare con campagne pubblicitarie, sponsorizzazioni e via dicendo, gli stessi che limitano la nostra libertà di pensiero e di espressione.

Come sempre vince il mercato. Come sempre vince il più forte. E noi siamo plasmati e uniformati così come loro vogliono.

Quale dunque l’alternativa per essere davvero liberi di esprimere sé stessi? Ad oggi quasi nessuna. Potreste aprirvi un blog ma sempre consci della possibilità che questo venga chiuso dall’alto in casi solo ed esclusivamente gravi.

Fonte: Terzo millennio, i social, e la pretesa di libertà

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